Alluvione tra Nepal e Tibet: l’acqua torna sempre dove passava

Alluvione Nepal Tibet 2026: confronto satellitare Sentinel-2 del fiume Trishuli a Betrawati prima e dopo la piena
Betrawati e Gerkhu, a valle della zona colpita, viste dal satellite a quindici giorni di distanza. A sinistra il 12 agosto 2026: il fiume è un canale stretto. A destra il 27 agosto, il giorno dopo la piena: il letto si è allargato e i depositi dell’alluvione — flood deposits nella didascalia originale — ricoprono il fondovalle. Immagini Copernicus Sentinel-2. Credit: European Union, Copernicus Sentinel-2 imagery.

Sono 579 le vittime accertate e 1.924 i dispersi dell’alluvione che il 26 agosto 2026 ha travolto il confine tra il Tibet e il Nepal. Il bilancio è del 28 agosto e continua a salire. Tra le persone ancora irreperibili ci sono tre italiani. Alle loro famiglie, e a quelle di tutti coloro che sono stati travolti quella mattina, va la vicinanza di chi scrive e di chi studia in questo indirizzo.

Quando le ricerche saranno finite resterà una domanda, e non riguarda soltanto l’Himalaya.

Alluvione tra Nepal e Tibet: che cosa è successo

Mercoledì 26 agosto, verso le otto e mezza del mattino. Un crollo di roccia e ghiaccio si stacca in territorio tibetano, una ventina di chilometri a nord-est del valico di Rasuwagadhi. Lo ha ricostruito l’autorità nepalese per la riduzione del rischio leggendo le immagini satellitari: la massa precipita nel torrente Lhende, che scende nel Bhote Koshi e poi nel Trishuli. L’ipotesi più accreditata, ancora da confermare, è lo svuotamento improvviso di un lago glaciale sbarrato da detriti.

Quello che arriva a valle non è acqua. È acqua, fango, ghiaccio e blocchi di roccia, dentro una valle stretta che non offre vie di fuga laterali. In pochi minuti spariscono il valico di frontiera, i ponti, l’unica strada che collega Kathmandu al Tibet e undici centrali idroelettriche, circa un ottavo della potenza installata dell’intero Nepal. Un impianto è stato travolto pochi giorni prima di entrare in esercizio.

Genova 2011, Valencia 2024, Rasuwa 2026

Cambiano la scala e la geografia, non la chiave di lettura.

Il 4 novembre 2011 su Genova cadono oltre 500 millimetri di pioggia in poche ore. Il rio Fereggiano scorreva tombato, coperto sotto la città: l’acqua è esplosa all’imbocco della copertura e ha ucciso sei persone, tra le quali due bambine. Il torrente non aveva cambiato percorso. Era stato coperto, e continuava ad andare dove era sempre andato.

Il 29 ottobre 2024 la DANA sulla Comunità Valenciana lascia 228 morti. La gran parte lungo il barranco del Poyo, un corso d’acqua con novantanove piene documentate dal 1775 e senza opere di difesa, mentre le due conche vicine — protette da una diga e da un canale di deviazione — hanno contato rispettivamente diciassette e sei vittime. Molte delle case travolte sorgevano in zone che il piano regionale del rischio idraulico aveva già classificato come inondabili.

In tutti e tre i casi la mappa esisteva prima del disastro. Il territorio aveva già detto dove sarebbe passata l’acqua.

Anche qui la domanda è aperta

Secondo l’ISPRA, il 94,5% dei comuni italiani è esposto a frane, alluvioni o erosione costiera, e 6,8 milioni di persone vivono in aree alluvionabili. La Sicilia è tra le regioni con l’aumento più marcato della superficie a pericolosità da frana. Non è un dato astratto: è la somma di scelte fatte una per una, lotto per lotto.

E non è che manchino le regole. Il divieto di costruire entro dieci metri dal ciglio delle sponde di un corso d’acqua pubblico è scritto nel regio decreto 523 del 1904 ed è inderogabile: ha compiuto centoventidue anni. I piani di assetto idrogeologico dicono, carta alla mano, quali aree sono pericolose. Le mappe di pericolosità previste dalla direttiva europea sulle alluvioni sono pubbliche e consultabili.

Regole, competenza, controllo

Il punto non è scrivere norme nuove. È rispettare quelle che ci sono, e prima ancora prendere sul serio la forma del terreno su cui si costruisce.

Significa tre cose concrete. La prima: le regole urbanistiche non sono un ostacolo burocratico da aggirare con una scorciatoia, sono la memoria scritta di quello che è già successo in quel posto. La seconda: un progetto che tocca il suolo va affidato a chi ha studiato per leggerlo, sa che cos’è un compluvio e come si delimita un bacino, sa dove trovare le carte del rischio e sa interpretarle — e non a chi promette di far prima. La terza: senza controllo pubblico sull’attività edilizia le prime due restano lettera morta, perché la regola conta quanto la verifica che qualcuno la faccia rispettare.

Sotto tutto questo c’è una cosa più semplice, che ha a che fare con il rispetto. Un versante, un torrente, una valle hanno una forma che si sono dati in millenni e una loro logica di funzionamento. Si può conoscerla e costruire tenendone conto, oppure ignorarla. Ignorarla non la cancella: rimanda soltanto il conto, e a pagarlo sono quasi sempre altri. La natura si riprende sempre ciò che le è stato tolto.

Sono cose che qui si insegnano

Leggere un territorio prima di trasformarlo, riconoscere dove l’acqua si raccoglie e dove va a finire, conoscere i vincoli che gravano su un’area e capire perché esistono, misurare con strumenti seri e non a occhio: è il mestiere per cui si studia al CAT del Mario Rutelli. Non è una materia fra le altre.

Ai familiari delle vittime del Nepal e del Tibet, la nostra vicinanza.


Fonti: ANSA · Autorità nepalese per la riduzione del rischio (NDRRMA) · Copernicus Emergency Management Service, attivazione EMSR927 · ISPRA, Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia · CNR-IRPI e Protezione Civile per Genova 2011 · Confederación Hidrográfica del Júcar e piano PATRICOVA per Valencia 2024 · R.D. 25 luglio 1904 n. 523, art. 96 · Direttiva 2007/60/CE e D.Lgs. 49/2010. Immagini: European Union, Copernicus Sentinel-2 imagery.

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